Cormac McCarthy, la strada per la rinascita

L’emergenza sanitaria che coinvolge e sconvolge il mondo intero sembra riecheggiare un racconto distopico, catastrofico, post-apocalittico, di cui non avremmo mai voluto esserne i protagonisti. Un virus, il pericolo di un contagio di massa, la paura e la morte, il lockdown, il distanziamento sociale e, in generale, le «regole» che siamo tenuti ad osservare per il nostro bene e per il bene collettivo, sono oggi una triste realtà.

Nel 2006 lo scrittore americano Cormac McCarthy pubblica il suo romanzo, La strada, con il quale vince nel 2007 il premio Pulitzer per la narrativa, divenuto un film di John Hillcoat nel 2010. Si tratta di un racconto che ci introduce proprio nel genere post-apocalittico, ambientato in un mondo distrutto, vittima di una catastrofe imprecisata –  ambientale o bellica – in cui anche l’umanità sembra essere scomparsa per sempre. Padre e figlio viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto in cenere, diretti verso l’oceano ed il sole, portando con sé soltanto un carrello del supermercato, un telo di plastica e una pistola con poche munizioni; lottano per la sopravvivenza contro la fame e i predoni che battono le strade.

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Ce la caveremo papà? 

Sì. Ce la caveremo.

E non ci succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Sì. Perché noi portiamo il fuoco.  

Cosa significa essere portatori del fuoco? Significa essere «buoni» ed essere «giusti». Nel racconto c’è una semplice regola per distinguere i buoni dai cattivi: i cattivi divorano le persone e quindi agiscono disattendendo il principio su cui si fonda ogni costruzione etica che voglia minare alla pacifica convivenza sociale. I cattivi considerano le persone come «oggetti di consumo»; non pensano a come si deve vivere poiché hanno abbandonato ogni principio morale, a differenza dell’uomo giusto che cerca, anche se non sempre ci può riuscire, di applicare tali principi. In un mondo dove, secondo qualcuno, ogni homo homini lupus, i due protagonisti scelgono di restare umani. Particolarmente centrale è la figura del bambino, che rappresenta l’ultimo debole fuoco di speranza per la rinascita della civiltà umana.  Stas’Gawronsky osserva: «Sporco, ridotto pelle e ossa, questo figlio che la notte geme per il freddo, appare come un “calice d’oro” buono per ospitare un dio». Proteggendo il bambino, il padre difende anche l’unica speranza dell’umanità di risorgere dalle ceneri.

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Nel romanzo sono numerose le allegorie di carattere religioso: il cammino verso Sud, la nuova terra promessa dove trovare la salvezza, la forza divina rappresentata dal figlio e dai valori che incarna e, soprattutto l’incontro con un vecchio vagabondo, che è anche il momento culminante dell’allegoria biblica. Il nome dell’anziano, Ely, evoca infatti quello di Dio, invocato da Cristo sulla croce: «Elì, elì, lemà sabactàni?», ma anche quello del profeta Elia pronto a soccorrere i suoi fedeli in difficoltà, proprio come il bambino, che rinuncia ad una parte della sua scarsa provvista di cibo per offrirla al vecchio sconosciuto. Il vecchio, pur accettando il cibo offerto dal bambino, tuttavia non ne comprende il significato; al suo posto, infatti, non l’avrebbe fatto. Egli, quindi, rappresenta la rassegnazione di un’umanità che vuole lasciarsi morire, che non ha più niente da offrire al mondo e che vede la soluzione nella totale estinzione. Nel libro di Isaia leggiamo: «Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9,5).

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Un bambino, dunque, in tutta la sua debolezza è un Dio onnipotente; il profeta ne parla anche prima come di «una grande luce» e, in effetti, il nostro bambino porta la luce, è portatore del fuoco. Dio è apparso come un bambino e si contrappone ad ogni violenza, portando un messaggio di pace. In un mondo come quello descritto, ma anche come quello in cui oggi viviamo, continuamente minacciato e lacerato dall’odio e dall’indifferenza, il Dio “onnipotente” è apparso come un bambino e attraverso di lui trionferanno l’amore e la bontà. In un passo del romanzo sono racchiusi i segni del sacro ebraico-cristiano: l’aureola di luce del bambino, l’acqua e il fuoco, la vista sgombra, il rendere giustizia. E c’è lo svelamento delle profezie, quella apocalittica sulla fine del mondo e quella della salvezza veicolata dalla creatura. Infine, il gesto della consegna del cibo, ovvero la prospettiva etica, si realizza in un quadro di riferimenti di ordine escatologico, perché la vita comunitaria è sul punto del collasso e la possibilità di salvezza deve affidarsi a valori ben più alti di quelli umani. 

 

Sara Oppo 

Ho conseguito la laurea magistrale in filologie

e letterature classiche e moderne.

Cantautrice e musicista autodidatta,

sono anche una grande appassionata di cinema.