"Il sacro contemporaneo”: una mostra in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti Mario Sironi

La fragilità e la vulnerabilità sono il connotato ontologico del nostro essere uomini e donne. Solo l’essere umano che vive un’esistenza autentica – senza maschere, illusioni, deliri di onnipotenza – si riconosce limitato, in una condizione di precarietà, mendicante con le mani perennemente tese. Dio stesso vive il suo “limite”: è fragile come noi. Noi lo siamo per la brevità del nostro vivere, perché una pandemia può annientarci e la morte fissarci negli occhi in ogni istante; Dio lo è perché ha scelto di legare per sempre la sua esistenza alla nostra. Il Libro della Genesi ci parla di un Dio che crea, fa vivere l’altro da sé – la natura e l’uomo – mediante la sua Parola. La prima cosa bella e buona, buona e bella che Dio crea è il giorno (cfr. Gen 1,3-4), diventato per noi soltanto una pagina dell’agenda. Ci siamo dimenticati del suo senso biblico: scandisce il ritmo del vivere, viene incontro ai nostri guai e al nostro sforzo di risolverli. Chi di noi vive la propria giornata senza confrontarsi coi limiti, le fragilità colpevoli e incolpevoli, le ansie e le preoccupazioni? Malgrado, poi, sia uscito dalle mani di Dio, il mondo è affidato all’uomo. Dio stabilisce così – per rispettare l’evoluzione e la libertà delle sue creature – un “limite” preciso alla sua possibilità di intervento: abbandona la sua “onnipotenza”, s’infrange nella debolezza umana molto prima della sua carne dilaniata in croce. Per spiegare come mai Dio si presenti a Mosè in un misero roveto, un midrash unisce l’episodio con un passo del profeta Isaia: «In ogni loro afflizione, Egli era afflitto» (63,9). Dio vuole comunicare la sua partecipazione attiva alle sofferenze del popolo nella terra d’Egitto. Nel commento midrashico, infatti, dice a Mosè: «Mi rivolgo a te da dentro le spine, perché il mio popolo è nelle spine, sofferente e schiavo in Egitto». La tradizione ebraica ci ricorda che l’urlo dell’uomo sarà sempre motivo di dolore sia in cielo che in terra.  Per il cristianesimo, la carne, la fragilità e vulnerabilità del Verbo incarnato sono la via privilegiata verso la salvezza, come evidenzia l’autore della Lettera agli Ebrei: «Abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (10,19-20). Il corpo di carne definisce l’immaginario, il linguaggio, i riti cristiani: «Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo» (1 Cor 12,12). Questa focalizzazione carnale ha fatto sì che il cristianesimo si sia nutrito a piene mani delle arti: canto, poesia, pittura, architettura. Soprattutto l’arte visiva è stata, e dovrebbe essere, il catechismo della carne[1]. Il catechismo della carne ci presenta il crocifisso, un Dio “fragile” che si lascia colpire e coinvolgere dalla sofferenza, ma non pensa come noi per forza al miracolo: «Il Cristo, il Re d’Israele, scenda ora giù dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» (Mc 15,32). Proprio quel miracolo risolutivo, che avrebbe tolto ogni dubbio sulla sua identità, Gesù non l’ha compiuto: in croce è fragile come agli inizi della sua vita. La debolezza di Cristo, infatti, non caratterizza soltanto la fase finale della sua esistenza, ma anche quella iniziale: è un neonato bisognoso di un abbraccio. Le Madonne del latte regalateci dall’arte vivono in simbiosi col Trittico della crocifissione[2] di Rogier van der Weyden, nel quale Maria non sviene tra le braccia dell’apostolo Giovanni, ma cade in ginocchio abbracciando la croce. La Mater dolorosa non ha paura della “debolezza” di Gesù: aveva già sperimentato la fragilità come luogo d’incontro nel primo abbraccio al suo piccolo, nell’allattamento.

Tra l’inizio e la fine della sua vita, Gesù sperimenta il fallimento, il dolore come onda che travolge.

Il successo storico del cristianesimo primitivo non è si è sviluppato durante la presenza del Messia, entro il confine di tempo della sua esistenza in questo mondo: Gesù in croce è un fallito. Il successo del movimento cristiano, invece, ha avuto come fondamento l’esperienza e l’interpretazione di quella sconfitta storica nella Risurrezione di Cristo, nella speranza in un “oltre”. 

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Il corpo docente, le studentesse e gli studenti artisti dell’Accademia di Belle Arti Mario Sironi di Sassari hanno “interpretato” queste suggestioni bibliche e teologiche nella mostra, a cura di Silvia Oppo e Antonello Carboni, intitolata Il Sacro contemporaneo, inaugurata nel Museo Diocesano Arborense il 29 gennaio scorso. D’altronde, Dio è fragile anche perché consegna la rivelazione di sé al rischio dell’interpretazione. Per quanto esista una “canonizzazione” delle Sacre Scritture, la tradizione religiosa ebraica e cristiana vive grazie all’interpretazione senza fine, all’attualizzazione costante nei vari contesti culturali e storici. Senza questa interpretazione infinita, non esisterebbe fede biblica. Le “interpretazioni” del corpo docente, delle studentesse e degli studenti artisti presentano letture differenti, ma ognuno/a ha compreso che la fragilità non è un messaggio che appaga l’intelletto, ma ciò che aiuta a cercare Dio e/o la dimensione spirituale, dove Dio e/o la dimensione spirituale ci cercano: non nella burocrazia di un’istituzione, non solo in ciò che evoca il senso del sacro, ma nell’amore creativo, paziente, sofferto, misericordioso. Un artista, poi, può “interpretare” la Parola, le riflessioni della teologia attraverso immagini positive, esteticamente gradevoli; oppure – pur mantenendo una fiducia di fondo – esprimersi, per sua scelta, con immagini polemiche, urticanti, di ribellione, di sfida, nichilistiche.


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Le opere dei docenti, delle studentesse e degli studenti  artisti sono originali, uniche, lontane dall’immaginario mentale del sacro presente in alcuni fedeli "devoti". Difficilmente comprensibili ai superficiali, compresi quei “sacerdoti” rappresentanti senza scrupoli di “idoli” rassicuranti: «Pensiamo alle immagini sacre prodotte e vendute a livello industriale. […] Sono immagini facilmente acquistabili, accessibili a tutti, dalla manifattura molto semplificata e sommaria. Si presentano in maniera rassicurante e appaiono finalizzate a suscitare emozioni e desideri più che pensieri. […] In questi casi, l’immagine non rischia di diventare idolo, facendosi proiezione dei bisogni dell’uomo?»[3]. Purtroppo, nel panorama diversificato dell’arte sacra del nostro tempo, emerge un comune denominatore: la nostalgia del passato. L’immagine sacra e liturgica volta le spalle al presente diventando anacronistica: un “idolo” fuori dal tempo. Inoltre, lo standard di visione, il nostro immaginario mentale del sacro non corrisponde più a quelle che sono le indicazioni spirituali e teologiche della Chiesa odierna; anzi, in alcuni casi quello che chiamiamo “patrimonio” è addirittura un ostacolo alla comprensione dell’attuale visione teologica. Per cambiare l’immaginario mentale del sacro occorre che la teologia e gli artisti contemporanei ritornino a dialogare. Per dialogare occorre che ci siano meno “sacerdoti” e adoratori di “idoli” e fare nostro il monito del teologo Hans Küng: «Nessun uomo, nessuna istituzione, né lo Stato né la Chiesa, ma neppure il filosofo o il teologo hanno il diritto di emettere un giudizio morale sull’atteggiamento di fondo di un artista in base a una rappresentazione artistica, e di trovare nel nichilismo, in qualità di giudici, decadenza, amoralità o menzogna. Ciò che si presenta come assurdo può avere un intimo senso nascosto. Anche le metafore di un mondo sconvolto, anche i manichini meccanico-surrealisti di Giorgio de Chirico, i disegni erotici di Hans Bellmer […], le deformazioni del papa di Francis Bacon possono benissimo avere origine da un atteggiamento positivo»[4]. Perché un artista, come un teologo, non si confronta con un’idea, ma con la realtà impregnata di contraddizioni e lacerazioni. La realtà è sempre più importante dell’idea: «La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà»[5]. La realtà è l’inemendabile[6], il fatto con il quale ci confrontiamo o scontriamo, che possiamo provare a penetrare, ma che non è mai alle dipendenze dei nostri tentativi di manipolazione.

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Felice di aver contribuito col mio umile pensiero alla "creazione" della mostra: è stato un confronto arricchente. Ringrazio Silvia Oppo, direttrice del Museo Diocesano Arborense, e l’instancabile Antonello Carboni. Un grazie immenso ai docenti dell’Accademia (Davide Fadda, Giovanni Sanna, Federico Soro),  alle studentesse e agli studenti artisti: Alessandra Fiori, Alice Rambaldi, Barbara Macis, Carlotta Tola, Cristian Sechi, Alessandra Catta, Davide Manca, Emma Porcu, Federica Diana, Francesco Masala, Gabriele Orotelli, Giorgia Fois, Giuseppe Gaspa, Ilaria Pisu, Laura Kaamos, Luca Nalli, Luisa Pistidda, Mara Masala, Matteo Chessa, Paola Moretti, Riccardo Camboni, Roberta Vacca, Rossella Pes, Salvatore Mereu, Stefania Spano, Taras Halaburda.

Giuseppe Pani


La mostra è visitabile il giovedì e il venerdì dalle 17 alle 20, il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, fino al 3 aprile.



[1] Cfr. T. Verdon, Il catechismo della carne. Corporeità e arte cristiana, Cantagalli, Siena 2009, 7.

[2] Rogier van der Weyden, Trittico della Crocifissione (1443-1445) Vienna, Kunsthistorisches Museum.

[3] A. Dall’Asta, Arte e fede: dilemma?, in «CredereOggi» 6 (2020), 49-51.

[4] H. Küng, Arte e problema di senso, Queriniana, Brescia 1988, 31.

[5]Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, n. 231.

[6] Cfr. M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, Roma-Bari 2012, 45-50.