«La parola ha un peso, un significato, un compito»

Chi conosce Michele Licheri sa di avere di fronte un uomo dalla personalità eclettica. Pensatore, poeta, scrittore, ma anche attore e preparatore atletico di alto livello. Parliamo di un uomo che ha fatto, e continua a fare della sua vita – senza mai fermarsi – un’opera d’arte. Sua figlia Nora lo descrive così: «Mio padre fa della letteratura il suo pane quotidiano. Immancabili le sue dediche a neonati, amici, familiari e a chi lascia la vita terrena. Se raccontassi ciò che rappresentano per me le poesie scritte in occasione della mia nascita e quella di mio figlio, suo nipote prediletto, sarei troppo di parte. La poesia è infatti la forma d’arte che più lo contraddistingue e la sua attività editoriale è in continua evoluzione. Chiedo spesso un suo consiglio “musicale” anche per le mie esercitazioni canore: il suo parere è fondamentale».  

Quando, o meglio, come il "bisogno" di scrivere irrompe nella tua vita? 

«I primi tentativi di scrittura, peraltro “fallimentari”, risalgono al periodo adolescenziale. Allora non dominavo ancora la parola, sia scritta che parlata. La lettura, la scoperta di nuovi orizzonti e di nuovi interessi, nonché le lezioni di greco e latino e di storia dell'arte, le letture di Ernest Hemingway hanno migliorato la mia scrittura e la mia persona». 


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Michele Licheri con sua figlia Nora


Viviamo in un secolo dove la parola, ma soprattutto il suo uso viene molto spesso manipolato, spogliato, reso sterile e privo di significato. Ritieni sia ancora importante e fondamentale preservare la parola come mezzo di comunicazione?

«La parola ha un peso, un significato, un compito. Una certa società dello spettacolo ne svilisce la funzione, l’essenza. Prima di parlare bisognerebbe mettere in moto il cervello. Prima ancora di ascoltare con le orecchie, occorrerebbe ascoltare con l’anima di colui che si predispone all’ascolto e al fare solidale».  

La poesia è la forma più intima dove la parola diviene sentimento?

«La poesia non è solo sentimento, come la lirica: è ragione, visione, preconizzazione e scoperta di nuovi livelli di percezione e conoscenza. Concettuale sintesi estrema, suono: rima o assonanza/dissonanza, metro».

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Parlaci del tuo lavoro e l’importanza del rapporto personale che si crea tra te e chi incontri ogni giorno.

«È un anno che il mio lavoro langue: sono allenatore federale di atletica leggera, allenatore e personal trainer di sollevamento pesi olimpico, tecnico giovanile di ciclismo, istruttore di bodybuilding. La palestra è chiusa e i pochi/e che alleno li seguo al parco sportivo o individualmente a casa. Il mio lavoro non è nato per caso. Ho anche un passato da atleta agonista, qualche titolo dilettantistico in bacheca, e uno scrigno ricco di ricordi e rapporti umani alimentati dalle sfide sportive vinte o perse. Essendo anche metafora della vita, lo sport insegna soprattutto a perdere. Il resto è disciplina, conoscenza, condivisione e sfida rispettando le regole. Ricco di queste esperienze ho pensato di organizzarmi un lavoro in ambito sportivo. Coloro che alleno non sono per la maggior parte agonisti. Una variegata umanità comincia ad allenarsi e spesso l’allenatore è anche il leale custode delle ambizioni o delle debolezze. Ma il tecnico, anche se empatico e capace di ascoltare, deve solo allenare, guidare, motivare, indirizzare maieuticamente, senza mai sostituirsi ad altre figure professionali. Il mio lavoro è difficile e con un carico di responsabilità notevoli da assolvere. Non mi fa lievitare il conto in banca. È gratificante perché riesce a far stare meglio il prossimo».

Associazione "La Lucerna" - Norbello