"Una voce di silenzio sottile" tra hater e influencer

Quattro secoli prima di Cristo, già per Aristotele l’uomo era per natura un essere sociale, o meglio, un «animale sociale» (Politica, Libro I).

L’essere umano ha bisogno di vivere in società e quelli che vivono esclusi dalla comunità sono i malvagi (bruti) o quelli superiori (semidei).

L’uomo è l’unico degli esseri viventi a possedere il logos, la parola con la quale è in grado di specificare l’utile e il dannoso, definendo così anche il giusto e l’ingiusto; inoltre, attraverso il discorso è capace di descrivere il dolore e il piacere, avendo la percezione del bene e del male.

Arrivando a produrre cibo in modo efficiente, ha prosperato fino a trasformare l’essenza della propria umanità attraverso lo sviluppo della capacità di pensare in modo astratto e simbolico per creare culture e relazioni sociali complesse.

Una rivoluzione antropologica alla quale l’avvento del cristianesimo ha contribuito, creando nell’area del Mediterraneo uno spazio significativo e determinante della civiltà europea, nata dall’incontro-scontro tra cultura semitica e cultura greco-romana.

A partire dal secondo dopoguerra, nelle società occidentali lo sviluppo delle scienze umane ha portato a un’autentica svolta antropologica determinata da un cambiamento di prospettiva che ha come focus l’essere umano e la sua esperienza, insieme a una maggiore attenzione alle questioni sociali, culturali e psicologiche che influenzano la vita delle persone.

Di pari passo, il rapido sviluppo della tecnologia digitale ha influenzato la società nel suo complesso e cambiato il comportamento dell’uomo, inducendolo a utilizzare strumenti informatici connessi tra loro per comunicare.

Un’evoluzione reale e semantica che ha capovolto il senso del comunicare, creando una realtà virtuale che ha portato a una nuova forma di relazione mediata dalla tecnologia: la connessione. Per mezzo della connessione, l’incontro con l’altro non avviene fisicamente, le interazioni e le relazioni si svolgono nell’infosfera [1] digitale dove è data la possibilità di crearsi un ambiente protetto “in affitto” per partecipare all’agone digitale.

In tale dimensione, i social media hanno avuto un impatto significativo sulla realtà esistenziale, anche del cristiano, ed è difficile oggi fare a meno delle opportunità che i social media offrono agli utenti come strumenti di comunicazione intergenerazionale.

In questo contesto digitale, gli hater (i bruti) e gli influencer (i semidei) giocano ruoli significativi. I primi rappresentano l’aspetto negativo di questa interazione digitale, sono individui che esprimono ostilità o critica verso gli altri; spesso in modo anonimo contribuiscono a creare un ambiente tossico, alimentando l’odio e la negatività. I secondi, con il loro grande seguito, possono modellare l’opinione pubblica e influenzare le tendenze attraverso la loro onnipresenza online, rivolti a offrire un’immagine di sé che può essere ammirata, emulata o criticata.

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Entrambi, tendono spesso a comunicare informazioni piuttosto che condividere il senso profondo delle loro esperienze personali, ma questo può essere dovuto alla natura della piattaforma digitale, che premia la quantità di contenuti piuttosto che la qualità.

L’overdose di informazioni crea confusione, rumore e la qualità della comunicazione è solitamente compromessa; solo l’ascolto attivo, l’empatia e la comprensione sono fondamentali per stabilire un dialogo autentico. È necessario riconoscere che i social media sono un’espressione di questa cultura e hanno un ruolo nel percorso spirituale del singolo cristiano e delle comunità di fedeli, che si interrogano sul corretto e consapevole utilizzo della tecnologia digitale.

Parlare, pensare, guardare, pregare il silenzio sono le “sezioni” in cui si articola il metodo, improntato alla transdisciplinarietà [2], delineato da papa Francesco nella Veritatis Gaudium.

Questa è la sfida da ingaggiare col mondo digitale: rendere possibile ascoltare l’altro e comprendere le sue esperienze. Per farlo è necessario sviluppare competenze di alfabetizzazione digitale per navigare efficacemente in questo mare di dati, distinguendo tra ciò che è rilevante e autentico e ciò che non lo è, per ridurre il rumore e concentrarsi su ciò che è veramente importante.

In questo contesto, il silenzio può essere un antidoto all’overload, alla frenesia dei social media e può aiutare a creare uno spazio per l’ascolto attento, la riflessione profonda e la connessione autentica con gli altri e con Dio.

Può servire come un promemoria dell’importanza dell’essenziale, anche se può essere visto come un segno di disimpegno o indifferenza in una realtà “virtuale” dove la partecipazione attiva è spesso valutata in termini di condivisioni, commenti e like.

Al contrario, non è un segno di assenza o mancanza di interesse, ma un mezzo di contrasto verso la cultura di hater e influencer che polarizzano la comunicazione social.

Il silenzio è invece una scelta consapevole per creare spazio all’ascolto attento e alla riflessione profonda, oltre che un modo per resistere alla pressione di rispondere immediatamente senza riflettere, evitando di contribuire alla comunicazione negativa e alla disinformazione delle fake news.

Il silenzio può avere molte forme e significati e ci invita a fare spazio dentro di noi per esprimere l’inesprimibile. È l’esperienza descritta magnificamente in un testo biblico nel quale il profeta Elia trova Dio in una “voce di silenzio sottile” (qol demȃmȃh daqqȃh):  

«Gli disse: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, una voce di silenzio sottile. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia?» (1Re 19,11-13). 

Così la comunicazione non è più solo tra individui, ma diventa trascendente, collegandoci a qualcosa di più grande di noi stessi.

Dare importanza al silenzio è un atto di resistenza all’iperattività dei always connected per affermare il diritto all’ascolto, per introdurre parole nuove scegliendo ciò che è essenziale e non l’effimero.
Perché il vero incontro con Dio non si ciba di parole. Il rischio della parola non è il silenzio, ma la banalità che non cerca altro che sé stessa.


Gianfranco Pinna

Laboratorio di tecniche e dinamiche

 della comunicazione interpersonale.

Quali relazioni nell’era del digitale

e dell’Intelligenza artificiale?

Docente: Prof. Giuseppe Pani 


Istituto Superiore Scienze Religiose

Sassari - Tempio Ampurias



[1] «Per infosfera si intende la globalità dello spazio dell’informazione, ossia il cosiddetto cyberspazio (internet e tutte le informazioni digitali), i mezzi di comunicazione classici e le interazioni tra tutti questi media. La presenza della parola sfera ci aiuta a comprenderne il senso, affian­candola a un termine analogo, biosfera, che è lo spazio in cui abita la vita. L’infosfera non è uno strumento, ma è l’ambiente popolato dalle informazioni, in cui vivono le informazioni e in cui anche noi viviamo» (L. Peyron, Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Elledici, Torino 2019, 17).

[2] Cfr. Francesco, Costituzione apostolica Veritatis Gaudium circa le università e facoltà ecclesiastiche, 27 dicembre 2017, n. 4c.