Guardiamo il cielo, viviamo e amiamo perché Cristo è risorto

La morte non è cronologicamente definibile, non è puntuale; anzi, ci sono parti del nostro corpo che iniziano a morire ancora prima del nostro ultimo respiro. La morte appare come parte inevitabile della vita: l’insuccesso, il fallimento del nostro organismo a sostenere se stesso. Non siamo, però, destinati inesorabilmente alla morte; siamo, invece «esseri mortali costituzionalmente chiamati e protesi alla vita. In quanto mortale, l’uomo è proteso, proprio perché chiamato, alla vita vera, alla vita risorta, cui può accedere mediante una nuova nascita che comporta il morire a se stesso» (G. Depeder).

«Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto, [...] è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e [...] apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1 Cor 15,3-5), scrive San Paolo. È un’affermazione che può essere fatta soltanto se inserita nella fede pasquale, perché per Cristo la morte non è stata la fine. Un'espressione che ha un effetto “positivo”, cioè valido per sempre: “morto e risorto” per la nostra salvezza in questo preciso instante di vita nel quale, forse, ci sentiamo tristi, delusi, arrabbiati, rassegnati.
«Cristo morì» rivela una morte reale che ha richiesto una sepoltura, aprendo così il tempo dell’assenza di relazione per  i sopravvissuti: Giuseppe d’Arimatea «comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro.  Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto» (Mc 15,46-47). Nella sua opera Sepoltura, Tiziano evidenzia il “peso del dolore” per Giuseppe d’Arimatea, che cinge le gambe di Gesù; per Nicodemo, che si carica le spalle; per Giovanni l’evangelista, che tiene le braccia. Commovente Maria Maddalena che, pur straziata, sorregge la Madonna. Chi ha vissuto il dolore per la morte di un familiare o di un amico ha sperimentato in modo devastante il “peso” di un corpo-cadavere, la ricerca vana di una via d’uscita, l’assenza di relazione soprattutto in quella frazione di secondo in cui la bara viene chiusa o tumulata dentro un loculo.

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 Tiziano, Sepoltura, 1525, Musée du Louvre, Parigi

Nelle celebrazioni del Venerdì Santo, in Sardegna risuona un canto tradizionale nel quale Maria – annientata per l’assenza del suo figlio  – invoca addirittura la propria morte: «Morte non mi lesses biba! / Morte non tardes pius! / Ca sende mortu Zesus non podet biver Maria» (Morte non lasciarmi viva! / Morte non tardare più / Perché essendo morto Gesù non può vivere Maria). In questi versi della pietà popolare, la Vergine appare priva di speranza come le donne al sepolcro di Cristo; in greco il loro stato d’animo è espresso da un unico verbo che potremmo anche tradurre: «Mentre si trovavano senza via d’uscita» (cfr. Lc 24,4).

In realtà, l’autentico Pianto di Maria – il momento tragico dell’assenza di relazione col suo unico figlio –  non è quello della Mater dolorosa comunemente inteso dalla pietà popolare, ma quello che deborda dopo le ultime parole di Gesù: «Donna, ecco tuo figlio! Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre”» (Gv 19,26-27). In quell’istante drammatico, per Maria il frutto del suo grembo non è più “suo”: consegnato al destino di dolore, al compimento, è ormai altro da sé. In molte rappresentazioni artistiche, la Madre del Signore è un fiume di lacrime solide che sfocerà, però, nel mare gioioso della risurrezione. Focalizzando l’attenzione su un particolare del Trittico dei Sette Sacramenti di Rogier van der Weiden, l’artista Armida Gandini – in un'opera straordinaria – rende le lacrime di Maria “tridimensionali”: gocce solide che cercano sempre l’altro, ciò che è assolutamente Altro.
 

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Armida Gandini, Gustose Dolcissime, gruppo scultoreo in vetro di Murano, 2018

«È risorto il terzo giorno secondo le Scritture». Alcuni traducono: «Egli è diventato il Risorto il terzo giorno». L’accento, cioè, è posto meno sull’avvenimento e molto di più sulla vita, sulla figura del Risorto. Nessuno ha partecipato all’evento della risurrezione; non ci sono testimoni della risurrezione, ma testimoni dell’incontro col Risorto: «Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (Evangelii Gaudium, n.1).

«Apparve». Cristo diventa il Risorto, colui che ci invita a  rialzarci, a risorgere con gioia, soprattutto dai nostri fallimenti. Lui stesso ha sperimentato il fallimento. Ad esempio, ha “fallito” con Giuda. L’Iscariota ha avuto il dono, la grazia, la chiamata e l’amicizia di Gesù, ma non ha mai accettato un Messia “fallito”: lo desiderava rispettato e forte. Ho paradidùs, il «traditore», o meglio, il «consegnatore» è colui che ha inaugurato la catena di consegne del Messia nelle mani degli uomini. Non giudico Giuda; anzi, tra le varie uscite di scena dell’Iscariota preferisco quella dell’evangelista Matteo, nella quale s’intravede un pentimento sincero: «Ho peccato, perché ho tradito (consegnato) sangue innocente» (Mt 27,4). 

Nel Getsemani, lo stesso Gesù è travolto dagli eventi: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia» (Mc 14,33). L’espressione greca «sentire paura» indica uno stato emozionale intenso rispetto a qualcosa di improvviso e inaspettato, ma nel contesto del vangelo di Marco il significato cambia: vuol dire allarmato, travolto dagli eventi. Ho sempre immaginato Gesù come Eugène Delacroix nella sua Agonia nel Giardino del Getsémani. Cristo solo, prostrato, coricato su di un fianco: il suo atteggiamento è quello dello sfinimento morale, del fallimento. Abbandonato, non ha la forza di pregare: tende solo il braccio, con il palmo della mano rivolto verso il cielo, nella speranza di un conforto.

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Eugène Delacroix, Agonia nel Giardino del Getsémani, 1861, Rijksmuseum, Amsterdam

Sulla croce, Gesù subisce un fallimento storico umiliante. Appare chiaro che «il successo storico del movimento cristiano non ha avuto luogo entro i limiti di tempo dell’esistenza storica di Gesù. Non ha fatto parte della sua esperienza. Gesù morì come un fallito. Il successo del movimento cristiano ha avuto per base la ridondante esperienza e interpretazione di fede data dai risultati di quel fallimento storico» (J. Navone). Segno che il Vangelo della Risurrezione è stato accolto con un sguardo “altro” sulla realtà rispetto a quello che era il comune modo di leggere la vita. I primi cristiani vivono la gioia della risurrezione anche durante le persecuzioni, intravedono sempre un futuro, una speranza. San Paolo scrive: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7,4).

La risurrezione di Gesù è il big bang delle fede: dai primi attimi ha messo in movimento pochi uomini e donne, ma con una quantità di energia impressionante. A tal proposito, mi piace ricordare le parole del Card. Carlo Maria Martini: «È impossibile concepire un cristianesimo primitivo in cui l’annuncio fondamentale non fosse questo: Gesù è veramente risorto. Non è mai esistito un cristianesimo primitivo che abbia affermato come primo messaggio “amiamoci gli uni gli altri”, “siamo fratelli”, “Dio è padre di tutti”, ecc. Dal messaggio “Gesù è veramente risorto” derivano tutti gli altri».

Di fronte a un fallimento pensiamo di non valere nulla. Troppo spesso confondiamo l’aver fallito e l’essere dei falliti. Un fallimento non è personale, occupa semplicemente un suo spazio nella nostra storia, che ha sempre un inizio, un presente e un futuro. Il noto jazzista Miles Davis ci ha lasciato una perla di saggezza: «Quando suonate una nota, solo la successiva permetterà di dire se sia stata giusta o sbagliata». Un musicista può sbagliare una nota e, poi, reinserirla nello stesso brano senza necessariamente risuonarlo dall’inizio. Non esiste, cioè, una «nota assolutamente sbagliata», come evidenzia il filosofo e scrittore Charles Pépin. Dobbiamo, quindi, collocare il nostro fallimento in uno spartito, in una storia che si protende sempre in avanti.

Nel suo libro “La Pasqua è tutt’altro – Parole di speranza”, Andrea Schwarz cita uno dei miei brani preferiti: Living Darfur dei Mattafix (https://www.youtube.com/watch?v=uVnQHl7h0pw).
La canzone è stata pubblicata dal duo britannico nel 2007 dopo un’esperienza in un campo profughi del Darfur, provincia del Sudan dove, malgrado siano trascorsi anni, la situazione umanitaria resta grave. È un “inno” di risurrezione, il miglior augurio dopo un anno di pandemia: «Guarda verso il cielo / Dove altri falliscono tu col tempo vincerai. Ti rialzerai! / Non lo saprai mai se resti per terra. Ti rialzerai! / Prima o poi dobbiamo provarci … a vivere». 
Nelle difficoltà è forte la tentazione di arrendersi, di abbandonarsi a se stessi sotto forma di ribellione caotica o di torpore mortifero, rischiando di non vivere, di non amare persino chi abbiamo accanto. Dobbiamo, invece,  “rialzarci” e continuare ad amare: amando, ognuno di noi non si perde né ci perde. Senza questa certezza è impossibile affrontare le sfide e i momenti della vita.
«You shall rise», il ritornello del pezzo, ha in inglese due significati di forte impatto in questo frangente difficile: «devi rialzarti» e «ti rialzerai».

Dobbiamo rialzarci, ci rialzeremo. 
Guardiamo il cielo, viviamo e amiamo perché Cristo è risorto.

Buona Pasqua!

Giuseppe Pani